Nata nel 2000 a Pavone Canavese in provincia di Torino, la comunità Residence "Casa di Campo" non è semplicemente una struttura residenziale, ma un luogo di vita, di cura e di ripartenza. Da oltre vent’anni, la nostra missione è quella di accogliere la fragilità e trasformarla in un percorso di riscoperta delle potenzialità residue di ogni singola persona.
Oggi la struttura si articola in due nuclei specialistici ben distinti, pensati per rispondere a bisogni terapeutici ed educativi differenti: il nucleo RAF (Residenza Sanitaria Assistenziale flessibile) dedicato alla disabilità, che ospita 22 ragazzi, e il nucleo psichiatrico SRP2 (Struttura Residenziale Psichiatrica per trattamenti riabilitativi a lungo termine) di livello 1, che accoglie 20 ragazzi, di cui 10 provenienti da percorsi forensi. Chiamarli "ragazzi" non è un modo per sminuire la loro transizione adulta, ma il nostro modo di stringere un patto di vicinanza e di affetto, guardando sempre alla persona prima che alla sua diagnosi o al suo passato.
Si tratta di un'utenza che negli anni è cambiata: oggi ci troviamo di fronte a una disomogeneità sia per patologia che per età. Accanto a ospiti con condizioni mentali a lungo decorso, arrivano ragazzi sempre più giovani. Se per i primi l’obiettivo fondamentale è il mantenimento del benessere e il recupero delle abilità quotidiane, per i più giovani la sfida è riattivare le competenze, stimolare l’autostima, favorire la socializzazione e l'integrazione sociale.
Proprio per rispondere a queste complesse necessità, la direzione del Residence ha saputo creare negli anni un vero e proprio circuito virtuoso di continuità terapeutica. Molti dei ragazzi del nostro nucleo psichiatrico, infatti, provengono dalla struttura di Valchiusa, dedicata all'alta intensità. Una volta stabilizzati, approdano a Casa di Campo, dove il lavoro si sposta decisamente sull'inclusione sociale e sull'autonomia. Qui i ragazzi vengono messi alla prova in contesti più aperti e stimolanti per preparare il loro futuro, anche attraverso progetti GOL (Garanzia Occupabilità Lavoratori), tirocini, attività di volontariato e uscite in autonomia.
Garantire una cura di alto livello a quarantadue persone con bisogni così complessi richiede un'architettura professionale solida e integrata. Casa di Campo si fonda su un’équipe multidisciplinare dove lo sguardo clinico si intreccia quotidianamente con quello educativo e assistenziale.
Per far sì che questa complessa macchina funzioni in modo armonico, ogni area professionale risponde a una figura di coordinamento specifica, unendo competenze diverse in tre grandi pilastri:
La sintesi di questo lavoro integrato si realizza nelle riunioni di équipe multidisciplinare che, con cadenza mensile, uniscono tutti i professionisti per analizzare l'andamento e i progetti di entrambi i nuclei della struttura, garantendo una supervisione costante e condivisa.
In questo contesto, il mio nome è Zaira Michieli e ho il privilegio e la responsabilità di essere la referente e la guida dell’équipe educativa. Il mio approccio alla leadership e al lavoro comunitario si condensa in un valore in cui credo fermamente: il fare.
Il mio compito quotidiano si gioca su un binario preciso. Da un lato, c’è la cura delle risorse umane: cerco costantemente di essere un collante tra tutte le figure, mantenendo unito il gruppo, spronando i colleghi nei momenti di stanchezza e alimentando la motivazione attraverso una dimensione di ascolto e vicinanza affettiva anche verso gli operatori stessi. Il nostro è un lavoro che richiede un immenso dispendio di energie mentali ed emotive; per questo motivo, cerco di portare una dimensione affettiva e di cura anche verso gli operatori stessi. Dobbiamo essere, prima di tutto, un supporto solido tra di noi: se l'équipe è unita e sostenuta, allora avrà la forza e la motivazione necessarie per trainare e spronare i ragazzi ogni giorno.
Dall'altro lato, sono molto esigente sulla progettazione e do la giusta importanza a ogni ruolo. Ogni settimana l’équipe si riunisce per strutturare una programmazione dettagliata di tutte le attività e dei laboratori: ogni professionista presenta il proprio progetto specifico, mettendoci testa, competenze e cuore, sapendo che la cura metodologica è la base di un buon percorso riabilitativo.
Oltre al coordinamento interno, una parte nevralgica del mio ruolo consiste nel mantenere costantemente vivi e fluidi i contatti con l'esterno. Il lavoro di comunità è, per definizione, un lavoro di rete: ogni giorno manteniamo un filo diretto con i Centri di Salute Mentale (CSM), le équipe forensi, i diversi Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), con i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) sul territorio nazionale e le UMVD per gli ospiti del nucleo RAF, coinvolte nei percorsi dei ragazzi. A questo si aggiunge la delicata responsabilità di mantenere costantemente aggiornata la Magistratura sull'andamento dei percorsi riabilitativi e di collaborare attivamente con le forze dell'ordine territoriali, costruendo un canale di comunicazione basato sulla massima serietà e trasparenza.
Altrettanto cruciale, e forse ancora più profondo, è il legame con i familiari. Per noi è fondamentale far sentire i parenti parte attiva del percorso terapeutico e, dove possibile, collaborare a stretto contatto con loro. In questo senso, crediamo fermamente in una cultura della totale trasparenza: per noi non è importante solo raccontarci a parole, ma riteniamo fondamentale mostrare concretamente ciò che facciamo.
Per questo motivo, ogni singolo giorno documentiamo la vita della comunità e i laboratori attraverso la raccolta di foto e video. Vedere le immagini dei propri cari che creano, si muovono, sorridono o superano una piccola sfida quotidiana è il modo più potente per rassicurare le famiglie e renderle davvero partecipi dei loro progressi.
Ad oggi siamo orgogliosamente riconosciuti come una comunità "affettiva". Nelle professioni sanitarie si parla spesso di distacco emotivo, ed è una competenza protettiva importante, ma io credo che i ragazzi abbiano soprattutto bisogno di sentire il calore di un vero legame umano.
Il nostro lavoro non si limita a riattivare competenze, stimolare l'autostima e favorire la socializzazione, ma si fonda su un profondo senso di accoglienza. Casa di Campo diventa così una seconda casa, dove il rigore della riabilitazione non spegne mai l'affetto, permettendo agli ospiti di sentirsi, finalmente, protetti e parte di un nucleo familiare.
Tuttavia, non ci nascondiamo dietro a facili buonismi: operiamo in un contesto estremamente complesso, in cui ogni giorno siamo chiamati a metterci profondamente in discussione.
Ad esempio, quando accogliamo ospiti che sono stati autori di reato, spesso dobbiamo fare i conti anche con importanti limiti cognitivi. La nostra vera sfida è saper cogliere anche solo quel minimo potenziale nascosto, proteggerlo con cura e farlo crescere.
Oggi, vedere che alcuni dei nostri ragazzi non sono più nelle liste d'attesa delle REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) grazie al percorso fatto con noi, vederli sperimentare per la prima volta un lavoro o impegnarsi nel volontariato, è il vero motore che ci spinge a dare il massimo quotidianamente. Sappiamo che non è sempre così, che ci sono battute d'arresto e momenti duri, ma sono proprio questi piccoli e grandi successi a dare un senso profondo al nostro sforzo.
C’è una frase che ripeto sempre alla mia équipe: «Dobbiamo guardare oltre le mura di Casa di Campo». Siamo immersi in un contesto paesaggistico meraviglioso, al confine con la Valle d'Aosta, in un territorio ricco di associazioni, realtà locali e artisti. È nostro preciso dovere sfruttare queste risorse per far sì che la comunità non sia un'isola, ma una realtà attivamente inclusa e dialogante con il tessuto sociale circostante.
Questo sguardo verso l'esterno si riflette e si alimenta innanzitutto attraverso la nostra progettualità interna. Il "fare" non è un semplice passatempo, ma il motore stesso della riabilitazione, e prende vita ogni giorno in una fitta rete di laboratori.
I laboratori interni rappresentano la nostra quotidianità protetta: il luogo in cui si strutturano le giornate, si impara la gestione di sé e degli spazi comuni e si lavora concretamente sulle autonomie personali. Ogni settimana, la programmazione dettagliata dall'équipe educativa per entrambi i nuclei prende vita attraverso una fitta rete di attività che spaziano da stimoli puramente cognitivi a contesti più aperti e proiettati verso il futuro.
Se dovessi elencarli tutti la lista sarebbe infinita perché la ricchezza della nostra comunità sta proprio nella varietà delle risposte che sappiamo dare ai ragazzi, ma ci tengo a sottolineare che per me ogni singola attività ha la stessa identica dignità terapeutica ed educativa. Dietro ogni progetto c'è un professionista della mia équipe che mette in campo competenze e passione e ogni momento della settimana è un tassello fondamentale di cura.
C'è un'area focalizzata sulla consapevolezza personale e l'elaborazione emotiva, dove lo storytelling, il teatro e i gruppi guidati dalla psicoterapeuta si intrecciano con i laboratori di yoga, per offrire ai ragazzi canali espressivi e spazi di ascolto profondo. A questa si affianca una forte attenzione alla cura del corpo, del movimento e del benessere, vissuta attivamente attraverso lo sport e le attività in palestra, fondamentali per canalizzare le energie e ritrovare l'equilibrio.
Infine, il cuore del nostro metodo si esprime nei laboratori pratico-creativi, ludici e spirituali, veri e propri ponti verso l'autonomia. Dalla gestione della cucina alla cura del verde nella serra, fino all'accompagnamento alla Messa domenicale o alla cura dei propri spazi, ogni gesto è pensato per insegnare la responsabilità, la pazienza e la cooperazione. I ragazzi non si limitano a partecipare: creano, sperimentano e acquisiscono competenze reali, gettando le basi per una futura e concreta autodeterminazione.
Se da un lato per i ragazzi la comunità diventa inevitabilmente una seconda famiglia e l'équipe una presenza familiare, dall'altro, proprio per evitare l'isolamento e l'abitudine, per me è fondamentale proporre ogni anno laboratori condotti da professionisti esterni.
Queste figure esterne stimolano la curiosità dei ragazzi, offrono loro la possibilità di relazionarsi con persone nuove e, soprattutto, permettono di vivere le attività al di fuori delle mura comunitarie, integrandosi attivamente nel tessuto sociale del territorio. Quest'anno, splendidi esempi di questa sinergia sono il progetto del basket, il laboratorio di cucito, la Pet Therapy e le sessioni di yoga dedicate nello specifico agli ospiti della RAF. Grazie a queste collaborazioni, il territorio entra in comunità e i nostri ragazzi escono nel mondo, sperimentando una socialità reale e stimolante.
Ogni giorno, alla struttura residenziale Residence Casa di Campo di Pavone Canavese, cerchiamo di dimostrare che la vulnerabilità non è un punto di arrivo, ma un terreno da cui partire. Attraverso una progettazione rigorosa, un instancabile lavoro di rete istituzionale, un'équipe coesa che si sostiene a vicenda e, soprattutto, attraverso la forza dell'affetto, della trasparenza e del fare, continuiamo a costruire percorsi di dignità, autonomia e futuro per tutti i nostri ragazzi.
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